PERCHÈ A ROMA NON FU CREATO UN RISTORANTE SVEDESE


Questo racconto è ambientato nella Stoccolma all’inizio degli anni Sessanta.
Erano gli anni d’oro per la capitale. La gente gremiva di sera i ristoranti del centro per mangiare e, magari, far quattro salti dopo aver cenato. La gioventù, per lo più italiani e ragazze svedesi, furoreggiava nel Boulevard di Sturegatan gestito da un ex violoncellista italiano.
La maggiorparte della gioventù svedese poteva scegliere tra un elevato numero di balere
In centro città oppure nelle zone limitrofe. Nella maggior parte dei locali notturni le orchestrine italiane suonavano il repertorio dei ballabili che ottenevano successi ovunque in quell’epoca.
I tassì erano normalmente vetture statunitensi di gran lusso, Ford, Cadillac, Mercury, Lincoln, Buick, Chevrolet, ecc. sempre ben lucidate e i tassisti indossavano divise in grigio e il berretto con visiera. Chi arrivava alla Stazione Centrale credeva di essere sbarcato in America, vedendo tutte quelle magnifiche automobili.
Per essere ammessi in un ristorante o in un locale da ballo la cravatta era d’obbligo per gli uomini. E proprio questa curiosità mi diede l’occasione di conoscere un individuo particolare. All’epoca, ero arrivato da pochi mesi in Svezia ed avevo avuto grosse diffficoltà per ottenere i permessi di soggiorno e di lavoro, dopo essermi imboscato al servizio dell’Ambasciatore di Francia con mansioni di “vallet de chambre” ed aver imparato, in modo abbastanza accettabile, lo svedese, dopo tre mesi dall’arrivo in Svezia,  ero stato assunto con mansioni di portiere allo Strand Hotel.
Una sera arrivò un cliente americano, che indossava giacca e pantaloni di fustagno color senape, era molto alto ed aveva una zazzera con una folta capigliatura cadente sul collo taurino, si chiamava Remington Olmstead. Appena arrivato mi chiese se ero italiano e di indicargli il nome di un buon ristorante che serviva pietanze tipiche della gastronomia svedese. Ordinai un tassì e gli consegnai un biglietto col nome di un noto ristorante della città vecchia, pregandolo di mostrarlo al tassista.

Dopo una ventina di minuti rientrò in albergo, visibilmente incavolato e mi disse che non lo avevano fatto entrare poichè era privo di cravatta.
Tirai fuori dal cassetto una delle cravatte che avevamo in dotazione proprio per tali inconvenienti, e gli chiesi se poteva attendere alcuni minuti che l’avrei accompagnato non appena il mio collega sarebbe arrivato per darmi il cambio. Nel frattempo, durante l’attesa, mi disse che era il proprietario del ristorante Meo Patacca di Roma che aveva creato in stile risorgimetale a Trastevere, ricostruendo l’atmosfera e il fascino di una locanda ottocentesca in Piazza dei Mercanti. Mi rivelò, inoltre, che era interessato di creare, probabilmente,  un ristorante svedese a Roma.
Con il tassì ritornammo nella città vecchia. Questa volta fummo accolti con gentilezza dal maître al quale, Mr Remington, chiese un assaggio di ognuna delle pietanze tipiche svedesi e di ognuna delle acquavite che veniva accoppiata alle pietanze. Mi accorsi che il maître lo fissò preoccupato, ma io gli feci un cenno di assenso con il capo ed egli si diresse verso la cucina.
Arrivarono 3 camerieri, due dei quali con enormi piatti di portata d’argento con gli assaggi delle pietanze ed il terzo con una abbondante qualità di bicchierini di acquavite.
Mr Remington Olmstead assaggiò con una punta di forchetta ogni pietanza, accompagnandola con un piccolo sorso di acquavite e dopo pochì minuti chiese il conto e compilò alcuni travellers cheque che sbirciai incuriosito. Quell’oretta in ristorante era costata l’equivalente di mio salario mensile.
Tornammo in albergo e Mr Remington non disse una sola parola.  Quando gli consegnai la chiave della camera mi ringraziò porgendomi una lauta mancia.

L’ndomani, di buon ora, partì. Ma Roma rimase priva di un ristorante svedese.

*

Mr Remington, scoprii in seguito, era stato una stella del calcio di Los Angeles dopo gli studi unversitari, un buon ballerino e studioso di lirica, tra il 1937 e 1945 aveva avuto ruoli di second’ordine come attore o come cantante in film americani e dopo il trasferimento a Roma aveva avuto il ruolo di ricercatore di petrolio americano in un terreno arido di Tina Pica in un simpatico film con Peppino De Filippo dal titolo “La nipote Sabella”; nel ’54 nel film “Lo straniero” di Mario Soldati a fianco di Richard Basehart e Trevor Howard; con Vittorio De Sica nel 1961 in Giudizio Universale e ruoli accreditati in Ben Hur (’59) e in Barabba (’61).                                                                                                                                   

                                                                                                             Angelo Tajani