Il Natale degli emigrati

Nel trascorrere della vita di noi tutti, si sente a volte il bisogno di staccare dalle incombenze quotidiane o settimanali.  I due giorni di presunto riposo del finesettimana diventano anche loro una ricorrenteroutine non del tutto distensiva.  Se con spirito globalizzato consideriamo le varie etnie, i vari paesi, le varie comunità religiose, ci accorgiamo che in tutti vige la consuetudine di una pausa periodica di più largo respiro.  In Italia un tale intervallo è ilFerragosto, mentre i paesi nordici hanno la San Giovanni, festa grosso modo coincidente col solstizio d’estate.  I musulmani hanno il mobile Ramadan, che viene vissuto come una ricorrente festa serale.  I cristiani, di tutte le dottrine, di tutte le latitudini e di tutte le meridiane, sono accomunati dalla Pasqua e soprattutto dal Natale, culmine del distacco collettivo dalle consuete faccende.        

Molti italiani di Svezia di prima generazione avranno, spero e suppongo, un bel ricordo del periodo natazizio trascorso, più o meno giovani, nella Madrepatria.  Tipici sono i ritorni occasionali degli emigrati per pochi giorni, per festeggiare, più che la nascita di Gesù Bambino, il rito del calorefamiliare della prima fase della propria vita.  Erano ammirevoli i lunghi viaggi natalizi di lavoratori operosi e gagliardi, che si intraprende- vano, specie negli anni Cinquanta e Sessanta, in treni stipati provenienti dalla Germania e diretti giù giù fino in Calabria o in Sicilia.  Questi sposta- menti ferroviari di andata e ritorno sono oggi un bel ricordo, non esistendo le circostanze già da lunga pezza;  ormai si viaggia in aereo a prezzi stracciatissimi oppure in macchina attraversando il cuore dell’Europa.        

 Ma il più bel ricordo di Natale per molti può significare, oltre a genitori e fratelli, un esercito di cugini, zii, cognati, amici di famiglia, bambini e fidanzatini, tutti felicemente riuniti insieme.  C’erano probabilmente anche i nonni se non erano già passati a miglior vita.  Ai loro tempi ne avevano fatto tanti, cinque, sei, fino a dieci;  e taluni numeravano i figli maschi, tranne s’intende il primogenito il cui nome era scontato:  Secondo, Quinto, Ottavio.  I loro figli ne hanno fatto solo due, tranne le solite eccezioni, e oggigiorno è tanto se se ne fa uno solo.       

Ci si riuniva in casa di chi aveva più disponibilità logistiche e pecuniarie, e si facevano escursioni a frotte in casa di amici e conoscenti.  Tartine ben assortite, brioscine imburrate e infarcite di prosciutti formaggi e salamini, e poi stuzzichini di ogni sorta.  Dolcetti abilmente confezionati da provette ed entusiaste casalinghe;  e non poteva mancare lo spumante nostrano, chiamato impropriamente champagne.      

In certe famiglie allargate, alla gloriosa tombola che procedeva a forza di fagioli, si affiancavano altri giochipiù smaliziati, con carte italiane o francesi:  sette e mezzo, macao, baccarà, il mercante in fiera.  I più volenterosi capifamiglia facevano il banco, e si puntavano soldi veri, perché si matenesse viva l’emozione, ma per piccole somme, monete e monetine.  In fondo era una consuetudine innocente perché  si giocava soltanto nel periodo natalizio, e quasi sempre per ciascuno la festa si concludeva a tarda sera con piccolissime vincite o perdite.

E se era pranzo, il sovrabbondantemenù poteva variare anche a seconda dell’asse nord-sud.  Ad esempio pasta con le sarde a Palermo, capitone a Napoli, tortellini alla bognese verso il nord, ossobuco a Milano,  tacchino ripieno e lenticchie a Roma e in tutto il Bel Paese.  E gli stucchevoli dolci erano, a seconda, cassata siciliana, torrone, cantuccini toscani, panforte di Siena.  Comunque tutti gli italiani, dalla Vetta d’Italia a Lampedusa, erano (e sono) uniti e accomunati dall’eredità di San Babila, il rituale Panettone, poi coadiuvato dal pandoro veronese.        

E si faceva il presepe e l’albero di Natale, non solo a uso e consumo dei bambini.  Prima dell’avvento del banale e pratico albero in plastica, se non si trovava l’abete, andava bene anche un pino.  E alla Standa e all’Upim era uno sfolgorio di ninnoli, palle e palline di varie dimensioni e di tutti i colori;  e, oltre alla Sacra Famiglia, una folla di Re Magi, pastori, pecorelle e capelli d’angelo.  Non tutti potevano permettersi di comprarli, ma l’ingresso era libero anche a quel tempo (c’era scritto) e lo spettacolo gratuito.            

Come è cambiato il Natale dei nostri giorni?  Il Natale che viviamo in Svezia è diverso da quello mediterraneo? In un’Europa i cui paesi si assomi- gliano sempre di più, le differenze ci sono, ma non credo siano molto grandi a Natale. Il panettone, un po’ come la pizza globalizzata, è arrivato quassù già prima di molte altre specialità alimentari.  Man mano le ricette italiane, fatte salve quelle tradizionali con le varianti di un tempo, si sono moltipli- cate, diversificate, vieppiù sofisticate; Google ce ne dà una ricca messe.       

Ciò che unisce il nord e il sud europeo di tradizione cristiana mi sembra sia un’evoluzione comune: il più accentuato carattere commerciale.  Strenne piccole e grandi a dritta e a manca, a figli e nipoti, a parenti stretti e lontani, ad amici, a colleghi, a vicini di casa, a dirimpettai.  Ma che ce ne facciamo di  tutti questi regali e regalini?  Io posseggo già tutto ciò di cui ho bisogno. Per fortuna è invalsala cosuetudine di ritornare al negozio con l’indelicato scontrino per scambiare.   Al posto di questa profusione commerciale, non sarebbe meglio devolvere i nostri soldi in beneficienza, di cui c’è gran bisogno?  Anche Bambinello Gesù era poverello, e inoltre in Italia ce n’è una certa tradizione: “non fiori ma opere di bene”.      

Ma gli antopologi ciinsegnano che donare è appagante, e soprattutto rafforza i legami con le persone che ci sono care.  E poiché nelle società opulente c’è abbondanza di tutto, spesso si cerca di regalare qualcosa di inusitato.  Carissimi amici mihanno regalato un cespuglio e non so che farmene, dove metterlo e come curarlo.  Ma non importa, quel che vale è l’amore, l’affetto, il calore, la stima, la vicinanza della gente che ci circonda;  e, se è vero, a Natale diventiamo tutti un po’ più buoni, specie, come si dice in Svezia, mangiando i biscotti alla cannella e allo zenzero.  

   

Fulvio Leone