I LONGOBARDI E LA LORO ORIGINE


I LONGOBARDI E LA LORO ORIGINE
di Angelo Tajani

 

C’è stato un periodo, intorno all’undicesimo secolo, in cui l’arte romanica ha rappresentato lo stile architettonico più in auge in Scandinavia.
È quanto emerse nel corso di un convegno di altissimo livello, che ebbe luogo all’università di Umea, l’ateneo più a settentrione della Svezia e a poca distanza dal circolo polare, che aveva per titolo “Sulle orme dei Longobardi”, un simposio scientifico trasversale del cammino dal nord al sud di questo popolo.
I luminari intervenuti al simposio dichiararono, quasi all’unanimità, che i Longobardi, venuti dalla Svezia e originari della regione Scania (da dove ha origine la parola Scandinavia N.d.r.), erano principalmente artigiani che, dopo aver assimilato impulsi artistici durante il loro peregrinare, accumularono un notevole bagaglio di esperienze che poi svilupparono nel loro paese d’origine dopo alcuni secoli d’assenza.
Tra i numerosi intervenuti, tra i quali vi erano studiosi di storia dell’arte e delle istituzioni linguistiche, essendo stato il convegno organizzato dall’istituzione di lingue germaniche dell’ateneo nordico, si notavano: la professoressa Maria G. Arcamone, dell’istituzione germanistica dell’università di Pisa, che tenne una conferenza sui nomi di origine longobarda dei paesi italiani; il professore Marcello Rotili, titolare della cattedra di storia dell’arte dell’università di Napoli, che parlò di Santa Sofia di Benevento; la professoressa Elda Morlicchio dell’istituzione gemanistica dell’istituto orientale di Napoli, la quale fece un intervento sulla “Romanizzazione dei longobardi allo specchio dei nomi propri di persona nell’Italia meridionale”. Erano, inoltre, presenti gl’italianisti, tra cui il professore emerito Ingemar Bostroem, titolare della cattedra di lingue romanze dell’università di Stoccolma, che fece un’esauriente relazione sul progetto realizzato dall’ateneo della capitale svedese intitolato “Sulle orme dei Longobardi, nascita di un progetto” che Bruno Argenziano, originario di Caserta e lettore di lingua italiana all’università di Stoccolma, illustrò evidenziando il modo in cui nasce una “multivision” proiettando diapositive scattate appunto durante il viaggio dalla Svezia in Italia, che portò in Lombardia, Toscana, Benevento, Napoli e altre città della Campania, il gruppo di docenti e studenti dell’università Stoccolma che partecipava al progetto seguendo l’itinerario di migrazione dei Longobardi.
Molto dettagliato fu l’intervento della professoressa Astrid Stedje dell’istituzione di lingue germaniche dell’università di Umeå, promotrice del convegno, che evidenziò l’importanza del ruolo dei longobardi nelle trasformazioni della pronuncia nelle lingue, e di Paer Larsson, un giovane studioso svedese che risiede a Firenze, il quale fece una relazione sulle testimonianze delle parole longobarde prese in prestito dall’italiano.
Molto interessante la relazione del professore Nobert Wagner dell’università di Wurzburg, che espose i problemi che sorgono nel corso delle ricerche sui nomi di origine longobarda.

A questo proposito è importante menzionare che, di recente, nel corso degli scavi di un insediamento che risale al V-VI secolo dopo Cristo a Uppakra, in prossimità di Lund, sono venuti alla luce alcuni strumenti chirurgici.
Proprio sulla tradizione chirurgica dei Longobardi, era iperniato il tema del professore Gundolf Keil, che ha illustrato l’opera di Ruggero Fruardi, il primo grande chirurgo della Scuola Salernitana nel XII secolo e autore della Practica Chirurgiae.
Se l’arte Carolingia erige il popolo dei franchi al ruolo di precursori del Rinascimento, hanno asserito gli studiosi, non si può disconoscere che questa sia stata preceduta, e pertanto è in un certo qualmodo scaturita, dall’arte Longobarda o Lombarda.
Risale, infatti, alla bravura dei longobardi il manufatto artigianale che ha per motivo conduttore la scultura in pietra a intreccio che è stata poi ripresa dall’arte carolingia.
L’architettura Lombarda ha espresso dei gusti prettamente nordici e scandinavi nella corte di Carlo Magno ad Aquisgrana.
Secondo il professor Jan Svanberg dell’università di Stoccolma, una delle testimonianze più tangibili del fenomeno di cui l’architettura lombarda è parte integrale, è rappresentato dai portali in pietra scolpita della cattedrale di Lund e della chiesa situata in prossimità dell’insediamento di epoca vichinga di Vae, vicino alla città di Kristianstad nel meridione della Svezia.
Il professor Svanberg cita l’architetto e costruttore della cattedrale di Lund, “Donatus” che secondo notizie contenute nel “necrologium lundensem” viene anche definito “lombardus” e, in seguito, “il maestro di pietra (scultore) Regnerus” che, con ogni probabilità, era stato chiamato espressamente dall’estero per costruire questo mirabile esempio di arte romanica.
“È nella logica del tempo che nel momento in cui, verso i primi anni del 1100, la sede vescovile di Lund viene innalzata a dignità arcivescovile e metropolita si decide di ampliare la chiese esistente, fatta erigere dal sovrano danese Canuto il Santo, si chiama un architetto dall’Italia” – afferma Svanberg.
Tesi condivisa pienamente da chi scrive, poichè bisogna tenere conto che, proprio nel periodo in cui in Scandinavia si progettava la prima Chiesa Metropolitana, la più antica sede arcivescovile dell’area nordica, a Salerno risiedeva la nobilissima Adela (Elaine, Edel), figlia di Roberto il Frisone delle Fiandre e vedova del re di Danimarca, Canuto il Santo, la quale aveva sposato il duca di Puglia Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e della nobile longobarda Sigilgaita. Adela ricoprì un ruolo di estrema importanza nei rapporti tra quel Sud, che era l’epicentro del benessere, della cultura e della fede, e il settentrione del continente, popolato da gente assetata di avventura, di gloria e fedele ai principi della religione cristiana alla quale si era votata con grande fervore.
Ma Dick Harrison, storico e oggi titolare delle cattedra di storia medievale dell’ateneo lundense, che aveva parlato poco prima del regno dei longobardi e delle sue città nell’ottica storica contestando la tesi dell’origne scandinava dei Longobardi, si oppose subito anche a questa teoria affermando che “Donatus lombardus” può essere un’individuo di origine germanica, fiamminga oppure persino danese, e non necessariamente italiano.
Alla qual cosa Svanberg controbatte energicamente che erano appunto i lombardi ad essere riconosciuti maestri nell’arte di lavorare la pietra e che il nome Donato ricorre prevalentemente in Italia e in nessun’altra parte d’Europa.
“Per una coincidenza – aggiunge poi Svanberg nel discutere l’argomento con noi in forma privata – anche il celebre Bramante, l’architetto e pittore urbinate vissuto alcuni secoli dopo e attivo sia nella capitale lombarda durante, l’epoca di Ludovico il Moro, che a Roma dove eseguì tra l’altro il progetto di San Pietro, si chiamava Donato.”
Ma, ritornando ai Franchi e all’arte Carolingia, è proprio nella corte di Aquisgrana che, decaduto il latino classico, si dà vita ad un nuovo impulso che in un certo qualmodo anticipa l’illuminismo diffuso poi nel meridione d’Italia e a Napoli da Federico II.